Pillole di Revée
Fragilità visibili: il nuovo racconto del corpo tra etica e comunicazione
Mostrare un corpo malato, imperfetto o trasformato oggi non è più un gesto privato. È una presa di posizione. Nell’epoca in cui tutto viene filtrato, ritoccato e reso desiderabile, scegliere di raccontare la fragilità significa rompere un patto implicito: quello che vuole il corpo sempre performante e conforme. Quando la malattia entra nei social, quando il dolore diventa visibile, l’immagine smette di essere solo estetica e diventa linguaggio.
Il binomio tumore e comunicazione digitale, un tempo considerato inappropriato o persino sconveniente, si è trasformato in uno spazio narrativo legittimo e in continua espansione. Le testimonianze pubbliche, rilasciate attraverso interviste o piattaforme social, non rispondono a una logica di esibizione, ma a un bisogno di senso: raccontare per esistere, per informare, per normalizzare ciò che per troppo tempo è rimasto ai margini del discorso pubblico.
In molti casi, la narrazione supera i linguaggi istituzionali e intercetta pubblici spesso lontani dai canali tradizionali della divulgazione sanitaria.
L’estetica del corpo ed etica: il confine sottile della cura
Questo nuovo modo di raccontare il corpo si riflette anche nella pratica medica, in particolare in ambito estetico e ricostruttivo, dove l’immagine è parte integrante del percorso di cura. La dottoressa Chiara Botti, chirurgo plastico e direttrice sanitaria della clinica bresciana Villa Bella Clinic, con incarichi di docenza presso le università di Verona e Padova, richiama l’attenzione sui fondamenti etici della professione: «la chirurgia plastica, come ogni altra branca della medicina, dev’essere guidata da principi etici fondamentali che regolano la pratica medica. Il primo di questi è primum non nocere, ovvero non nuocere al paziente. Questo implica una profonda competenza tecnica e una spiccata sensibilità nel comprendere i bisogni e le motivazioni dei pazienti».
La comunicazione medico-paziente assume un ruolo centrale. Non è solo uno strumento informativo, ma un mezzo per comprendere aspettative, fragilità e bisogni che spesso non emergono a una prima lettura superficiale del disagio fisico. Continua Botti: «Parlare con il paziente è fondamentale. Spesso, dietro un problema fisico si nasconde un disagio più profondo. La mia esperienza mi ha insegnato che il dialogo è essenziale per interpretare correttamente le richieste e valutare se l’intervento possa effettivamente migliorare la qualità di vita del paziente».
Dire no a un richiesta diventa parte integrante della responsabilità professionale. Quando l’estetica entra in conflitto con la funzionalità, il ruolo del medico è anche quello di porre dei limiti, spiegando ciò che è realmente possibile senza compromettere la salute.
Social media e aspettative: il rischio dell’eccesso
La pressione esercitata dai social media amplifica il desiderio di conformarsi a immagini idealizzate. Il dottor Adriano Santorelli, chirurgo plastico con sede a Napoli, spiega: «Le richieste eccessive sono sempre dietro l’angolo. Purtroppo nel mio mestiere credo che la migliore gestione sia quella di educare il paziente».
Spiegare i rischi, limiti e conseguenze delle procedure diventa essenziale per non perdere il controllo del percorso terapeutico. La comunicazione, in questo senso, è una forma di prevenzione. «Oltre certi limiti – continua Santorelli – si rischia di entrare in una “terra di nessuno” perdendo il controllo del processo».
Il libro “ Diastasi dei muscoli retti dell’addome”, edito da Griffin editori, del dottor Daniele Bollero, chirurgo plastico torinese, si inserisce in questa riflessione più ampia, spostando l’attenzione dall’aspetto puramente estetico alla dimensione funzionale e simbolica del corpo.
Nel volume, la diastasi è definita come “ferita che non si rimargina”. Questo significa riconoscerne la complessità e superare una narrazione riduttiva. «L’obiettivo non è azzerare la distanza tra i muscoli retti, ma riportarla entro i limiti fisiologici, sotto i due centimetri. È fondamentale che i pazienti capiscano questo: anche dopo un’operazione perfettamente riuscita, non si torna a uno “zero assoluto”», racconta Bollero.
La scelta consapevole nell’era digitale
In un panorama dominato dalla visibilità online, il dottor Maurizio Pisapia, direttore del reparto di chirurgia plastica del Policlinico Militare di Roma “Celio” e docente presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica “Tor Vergata” di Roma, richiama l’importanza di un percorso decisionale strutturato e consapevole. La comunicazione digitale può facilitare l’accesso alle informazioni, ma rischia anche di semplificare eccessivamente scelte complesse. «Un sito web accattivante o un profilo Instagram, ben curato, non sono sufficienti. È essenziale scegliere un professionista qualificato e verificare che faccia parte di associazioni prestigiose, come le società italiane di chirurgia plastica».
Il chirurgo diventa così una figura di mediazione tra desiderio, realtà e responsabilità, chiamato a gestire aspettative sempre più influenzate dall’estetica dei social.
Immagine corporea, identità e salute mentale
Il diffondere le informazioni corrette mostra quanto sia delicato comunicare aspetti legati al corpo e alla salute in modo efficace. L’immagine corporea e la percezione di sé non possono essere separate dalla dimensione emotiva e psicologica del paziente, come nel caso dell’obesità.
Il dottor Marco Pastorini, psicologo e psicoterapeuta esperto nei disturbi del comportamento alimentare e nelle problematiche in ambito sessuale, sottolinea la necessità di percorsi personalizzati che aiutino le persone a riallineare aspettative e realtà: «Molto spesso però l’immagine di sé che il paziente ha e l’immagine corporea che vorrebbe ottenere va attualizzata. Si fa quindi un percorso sulle emozioni, un percorso sulla gestione del tempo, un percorso sull’immagine corporea, per attualizzare e valorizzare il proprio corpo».
Quando il risultato non basta
Nonostante l’aumento dei contenuti divulgativi, la comunicazione della prevenzione resta disomogenea. Il dottor Alessandro De Luca, specialista in Chirurgia Generale, docente universitario dell’Università Sapienza di Roma, Ricercatore presso il Dipartimento di Chirurgia, evidenzia come l’adesione agli screening sia ancora parziale e variabile sul territorio: «Ad oggi, su scala nazionale, l’adesione delle donne ai programmi di screening regionali, ai percorsi diagnostici, raggiunge circa il 60-65%. È presente una notevole eterogeneità su scala nazionale se prendiamo in considerazione le diverse regioni. Questo perché l’attività divulgativa e informativa non è presente allo stesso modo sul territorio».

Questa difficoltà nel trasmettere correttamente informazioni sanitarie si intreccia con un altro aspetto cruciale della comunicazione sul corpo: le conseguenze emotive dei cambiamenti fisici.
Come sottolinea il dottor Fulvio Palmieri, chirurgo plastico, estetico a Zurigo, anche un intervento estetico tecnicamente perfetto può non coincidere col benessere psicologico del paziente. «È capitato che una ragazza di 19 anni, con seno tuberoso, si sottoponesse a un intervento di ricostruzione con protesi bilaterale. L’intervento non ha avuto nessuna complicanza e il risultato naturale era stupendo. Tuttavia, al controllo, la paziente era insoddisfatta perché le insicurezze che prima aveva per la malformazione sono aumentate – spiega Palmieri -. Ora non riesce a gestire le nuove attenzioni che gli uomini nutrono nei confronti. Paradossalmente si sente ancora più insicura».
Nel racconto contemporaneo del corpo, comunicazione ed estetica non possono più essere considerate ambiti separati. La narrazione della malattia, della trasformazione e della cura si muove in uno spazio pubblico complesso, dove l’immagine ha un peso enorme ma la parola resta lo strumento decisivo per dare senso, misura e responsabilità al cambiamento.