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Lipedema, la malattia “invisibile” che fa ingrossare gli arti e provoca dolore

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Dolore cronico, gambe e braccia sproporzionate rispetto al resto del corpo, difficoltà a ridurre il volume degli arti nonostante dieta e attività fisica. Il lipedema, spesso confuso con obesità o linfedema, è una patologia ancora poco conosciuta, che può compromettere in modo significativo la qualità di vita delle persone che ne soffrono. Riconoscerlo correttamente è il primo passo per impostare un percorso terapeutico adeguato.

A fare chiarezza è il dottor Andrea Murante, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica. Formatosi tra Napoli, Rio de Janeiro e Cartagena (in Colombia), ha poi lavorato a Parigi presso l’ospedale universitario Henri Mondor, occupandosi di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica e maturando una specifica esperienza nel trattamento del lipedema.

Che cos’è il lipedema e come si riconosce

dottor Andrea Murante, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica.

Il lipedema non riguarda esclusivamente il tessuto adiposo. Come spiega il dottor Murante, «il lipedema è una patologia del tessuto connettivo lasso, quindi non solo del grasso, ma anche dei vasi sanguigni e della matrice extracellulare».

La patologia «è caratterizzata da un accumulo enorme di grasso a livello degli arti inferiori e talvolta anche degli arti superiori, con risparmio di mani e piedi». Questa distribuzione rappresenta un primo elemento distintivo rispetto ad altre condizioni. «Questa è un’importante diagnosi differenziale con l’obesità e con il linfedema».

Un altro segno clinico utile è il cosiddetto segno di Stemmer. Nel lipedema, infatti, «c’è l’impossibilità di raccogliere con le dita la cute della zona interessata». Inoltre, «gli arti appaiono molto sproporzionati rispetto al resto del corpo». C’è in più un’importante differenza: «il lipedema porta dolore, mentre il linfedema è raramente caratterizzato da dolore».

Le cause: genetica e ormoni

Il lipedema è oggi considerato una patologia multifattoriale «ed è riconosciuta come una malattia autosomica dominante a penetranza incompleta». La componente familiare è quindi rilevante: «Il 60% delle donne affette da lipedema ha una componente familiare».

Dal punto di vista biologico, «ci sono geni implicati nell’angiogenesi, nella lipogenesi e nella genesi della matrice extracellulare». Un ruolo centrale è giocato anche dagli ormoni. «Un ruolo molto importante è giocato dagli estrogeni». Non a caso, «è una patologia che colpisce essenzialmente le donne» e «inizia a svilupparsi soprattutto dalla pubertà».

Le terapie: trattamento conservativo e chirurgia

Il percorso terapeutico prevede due fasi. Il primo è conservativo. «Un primo step è una terapia medicale, caratterizzata da esercizio fisico, dieta antinfiammatoria, massaggi linfodrenanti e guaine compressive». Questo approccio deve essere seguito con continuità: «È consigliato sempre per almeno sei mesi».

In molti casi, però, i benefici sono parziali. «Se dopo tutte queste accortezze non si hanno miglioramenti, e spesso succede, bisogna ricorrere alla chirurgia». L’intervento di riferimento è la liposuzione. 

La liposuzione assistita da ultrasuoni

Durante la sua esperienza a Parigi, il dottor Murante ha trattato numerose pazienti con una tecnica specifica. «Ho trattato oltre 150 donne all’anno affette da lipedema». La metodica utilizzata è la liposuzione assistita da ultrasuoni. «Gli ultrasuoni vanno a emulsificare il grasso».

Questa tecnica consente un’aspirazione più selettiva, riducendo significativamente la componente ematica. «La quantità di sangue aspirato è infinitesimale rispetto al grasso aspirato». In media, spiega, «aspiriamo circa sette litri di grasso per ogni intervento». I risultati ottenuti sono stati riconosciuti anche in ambito scientifico: «Questa pubblicazione è stata accettata e pubblicata sul PRS Journal».

Gestione quotidiana e prospettive future

Alimentazione e attività fisica restano elementi fondamentali nella gestione della patologia. «Il primo step del trattamento sono i sei mesi conservativi». In alcuni casi iniziali «si hanno degli importanti miglioramenti», anche se «spesso diminuisce il grasso in altre parti del corpo, ma non il grasso patologico degli arti inferiori e superiori».

La ricerca sta aprendo nuove prospettive. «Ci sono studi e ricerche che stiamo effettuando, soprattutto su dispositivi pneumatici di compressione avanzata», che «riducono il gonfiore delle gambe e degli arti e i sintomi associati». Sono in studio anche terapie farmacologiche: «Ci sono farmaci agonisti del GLP-1, come l’Ozempic», che possono aiutare a ridurre il grasso in eccesso, pur non essendo risolutivi. Parallelamente, «ci sono studi su bersagli molecolari mirati» per sviluppare trattamenti sempre più specifici.

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