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Curare l’obesità: perché i farmaci da soli non sono la risposta

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Secondo i dati raccolti dalla World Health Organization, nel 2022 più di un miliardo di persone nel mondo vivevano con l’obesità. Nonostante sia spesso percepita principalmente come un problema estetico, l’obesità rappresenta anche un serio rischio per la salute, in quanto può causare disturbi cardiovascolari.

Per comprendere meglio i rischi e le possibili terapie, Fabio Broglio, professore associato di endocrinologia e malattie metaboliche all’Università di Torino, condivide la sua esperienza.

La storia dei farmaci contro l’obesità

Per molti anni gli esperti hanno ritenuto che la miglior cura per l’obesità fosse un approccio legato alla dieta e all’esercizio fisico. Tuttavia, negli ultimi anni sono stati introdotti nuovi farmaci che agiscono in modo specifico sul sistema incretinico, che comprende ormoni in grado di regolare l’appetito e il metabolismo.

Fabio Broglio, professore associato di endocrinologia e malattie metaboliche all’Università di Torino,

Il professor Broglio spiega: «Questi nuovi farmaci sono stati effettivamente approvati negli ultimi anni per l’uso nell’obesità. Si distinguono da un approccio puramente nutrizionale per la loro potenza. Le due molecole attualmente approvate, negli studi, hanno mostrato una riduzione di peso di circa il 15% per la prima e fino al 23–25% per la seconda. Gli studi hanno inoltre documentato che questo effetto è duraturo: se si continua la terapia, l’effetto si mantiene. L’unico effetto avverso significativo riguarda eventi gastrointestinali, quindi potenzialmente nausea e vomito, che nella maggior parte dei casi tendono a risolversi».

Rispondendo ai timori secondo cui questi farmaci potrebbero essere dannosi, il professor Broglio è molto chiaro: «La fake news più diffusa è che questi farmaci causino tumori o pancreatite. In realtà non è così. Queste paure derivano da studi iniziali condotti prima delle sperimentazioni sull’uomo, in modelli animali molto più piccoli dell’uomo, nei quali l’uso di dosi molto elevate poteva effettivamente provocare questi problemi essenzialmente a causa di un sovradosaggio».

Anzi, l’uso di questi farmaci ha dimostrato di ridurre il rischio di problemi cardiovascolari, che possono portare a infarti o ictus. Tuttavia, l’obesità è una condizione complessa e multifattoriale, che può essere collegata al sistema nervoso centrale, ai circuiti cerebrali della fame, della sazietà ma anche al piacere legato al cibo.

«Molto spesso mangiamo per piacere, per desiderio e non per vera fame — spiega il professor Broglio — e inoltre esiste tutta una gamma di ormoni prodotti dal nostro intestino che, quando mangiamo, comunicano al cervello che abbiamo mangiato e modulano il modo in cui ciò che ingeriamo viene gestito dal nostro corpo, ad esempio se viene immagazzinato come tessuto adiposo».

Sebbene attualmente vi siano molte ricerche su diversi farmaci che possono integrare o imitare questi ormoni, un’altra sfida della ricerca farmacologica degli ultimi anni è sviluppare molecole che possano essere somministrate per via orale.

Secondo il professor Broglio: «I farmaci oggi disponibili per l’eccesso di peso sono iniettabili: sono sottocutanei e si somministrano una volta alla settimana. Sono certamente pratici e possibili, ma anche molto costosi a causa della loro formulazione chimica. Per questo si stanno cercando molecole che facciano più o meno la stessa cosa ma che richiedano una tecnologia meno complessa per la loro sintesi e che quindi possano essere somministrate per via orale».

Combinare i farmaci con la terapia comportamentale

Per molte persone, l’obesità può essere legata anche a un rapporto emotivo con il cibo. Come spiega il professor Broglio: «Molto spesso ci rendiamo conto che in alcune persone l’alimentazione non è controllata soltanto per nutrirsi: si mangia per noia, per rabbia o per frustrazione, e questo insieme di comportamenti è ciò che spesso compromette davvero una dieta».

Per questo motivo il trattamento dell’obesità deve essere affrontato con un approccio personalizzato e strategico. «È fondamentale identificare quali siano le esigenze della persona ma anche le sue risorse: capire in quale ambito si trova il motivo per cui ha accumulato peso o tende a non perderlo, considerando alimentazione, aspetti psicologici e attività fisica».

L’obesità è infatti considerata una malattia cronica e recidivante: richiede tempo e può ripresentarsi se non vengono affrontati i fattori che l’hanno causata. Per questo ogni persona dovrebbe essere valutata in tre ambiti, nutrizionale, motorio e psicologico, e costruire un percorso di cura a lungo termine. Il farmaco può certamente aiutare ed essere inserito come parte di questo percorso per accelerare la perdita di peso.

L’importanza di prevenire l’obesità infantile

L’obesità adolescenziale e pediatrica è un tema molto importante perché è estremamente diffusa. Inoltre, l’obesità durante l’infanzia spesso continua anche in età adulta, aumentando il periodo di tempo in cui una persona può accumulare altri fattori di rischio e sviluppare ulteriori patologie.

Il professor Broglio sottolinea: «È un problema importante anche perché spesso non viene riconosciuto. Ci sono statistiche significative che mostrano come un bambino con obesità evidente non venga riconosciuto come tale nemmeno dai suoi stessi genitori e quindi non si avvia un percorso di dimagrimento e di tutela della salute».

Inoltre, il bullismo legato al peso è piuttosto comune tra gli adolescenti, e alcuni bambini possono rinunciare all’attività fisica per paura di essere derisi. Per questo si è discusso dell’uso di farmaci anche per aiutare bambini e adolescenti a perdere peso.

obesità

Il professor Broglio spiega: «Sono stati designati dei trial anche negli adolescenti per verificare che questi farmaci siano sicuri. Con “sicuri” intendo non solo che non presentino complicanze escluse negli adulti, ma anche che non interferiscano con la crescita, ad esempio con la crescita ossea».

Conclude il professore: «È fondamentale che il trattamento sia guidato da professionisti sanitari che integrino il farmaco all’interno di un percorso di cura più ampio, che includa anche approcci non farmacologici. Questo aiuta a evitare il rischio di un’eccessiva medicalizzazione come soluzione più facile e veloce, favorendo invece cambiamenti comportamentali significativi e duraturi».

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