Medici Chirurghi
Tumore ovarico: chirurgia cardine del trattamento
Nel panorama dell’oncologia ginecologica, il tumore ovarico resta una delle sfide più complesse, ma anche uno dei campi in cui la ricerca e la chirurgia stanno compiendo i progressi più significativi. Il dottor Alessandro Buda, responsabile della ginecologia oncologica e ostetricia dell’Ospedale “Michele e Pietro Ferrero” di Verduno (Cuneo), racconta come la chirurgia continui a rappresentare il cardine del trattamento e come la medicina di precisione e le terapie target stiano cambiando la prospettiva delle pazienti.
Il ruolo centrale della chirurgia

«La chirurgia, in prima istanza, resta un pilastro fondamentale per il trattamento del tumore all’ovaio, soprattutto in stadio avanzato», spiega Buda. «L’obiettivo è asportare completamente la malattia visibile, perché questo ha un ruolo prognostico importante: riduce il rischio di recidiva e allunga la sopravvivenza delle pazienti».
L’approccio terapeutico prevede una stretta integrazione tra chirurgia e chemioterapia. La prima può essere eseguita subito – nel caso di citoriduzione primaria – oppure dopo chemioterapia neoadiuvante, quando le condizioni della paziente o l’estensione della malattia non raccomandano l’intervento in prima istanza.
Le linee guida internazionali, confermate anche da recenti studi multicentrici e prospettivi, indicano che la sopravvivenza globale migliora significativamente quando la chirurgia viene eseguita in centri altamente specializzati con expertise ed equipe multidisciplinari dedicate, in grado di garantire l’asportazione completa della malattia macroscopica.
Quando intervenire e quando attendere
«Quando è possibile, cerchiamo sempre di garantire un intervento in prima istanza», spiega Buda. «La chirurgia dopo la chemioterapia può risultare più complessa, perchè il trattamento induce alterazioni fibrotico-cicatriziali e infiammatorie che rendono più difficile intervenire».
Nei casi in cui il rischio operatorio è elevato o la malattia non è tecnicamente asportabile – come evidenziato dagli esami diagnostici o dalla laparoscopia esplorativa – si opta per la chemioterapia neoadiuvante e una chirurgia differita.
Questo approccio, ormai standardizzato, consente di selezionare le pazienti che potranno trarre il massimo beneficio da un intervento complesso.
Innovazioni chirurgiche: meno invasione, più qualità di vita
Negli ultimi anni, la chirurgia oncologica ginecologica ha compiuto passi enormi in termini di precisione e riduzione dell’invasività. « Il poter fare una chirurgia senza aprire l’addome, quindi con il robot o con la chirurgia mini-invasiva, è sicuramente un grande vantaggio», spiega il dottor Buda. «Questo soprattutto nelle pazienti con tumori in stadio iniziale, la laparoscopia consente una ripresa funzionale più rapida e meno complicanze a parità di outcome oncologico».
La chirurgia robotica e la laparoscopia tradizionale permettono oggi di eseguire interventi complessi di stadiazione anche in aree anatomiche difficili, come il retroperitoneo, con risultati oncologici sovrapponibili a quelli della chirurgia tradizionale. Inoltre, nelle pazienti più giovani e in stadi precoci della malattia, la possibilità di eseguire chirurgie conservative (mantenendo utero e gonadi sane) rappresenta un traguardo importante per preservare la fertilità senza compromettere la sicurezza oncologica.
La collaborazione e il continuo aggiornamento sono fondamentali: per questo, il 4 e il 5 dicembre si terrà un webinar internazionale dal titolo Breaking News in Gynecologic Oncology: Combining Surgical Know-how and Artificial Intelligence, focalizzato sull’integrazione tra competenze chirurgiche avanzate e strumenti di intelligenza artificiale nella gestione dei tumori ginecologici, guidato dal dottor Buda. La faculty è prestigiosa e infatti parteciperanno i maggiori esperti in tutto il mondo.
Terapie mirate e immunoterapia: la rivoluzione farmacologica
Se la chirurgia rimane il cuore del trattamento, l’altra grande rivoluzione arriva dai farmaci mirati. «L’utilizzo dei PARP inibitori e, più recentemente, dell’immunoterapia ha cambiato la storia naturale della malattia», afferma Buda. «I benefici in termini di sopravvivenza sono evidenti, soprattutto per le pazienti con mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 o con deficit della ricombinazione omologa».
I PARP inibitori, introdotti in Italia a partire dal 2018, agiscono bloccando i meccanismi di riparazione del DNA nelle cellule tumorali, rendendole più vulnerabili ai trattamenti. Le ultime evidenze scientifiche confermano che queste terapie, utilizzate come mantenimento dopo la chemioterapia, possono prolungare la sopravvivenza libera da malattia di oltre due anni nelle pazienti con mutazioni genetiche sensibili.
L’immunoterapia, in combinazione con i trattamenti standard, rappresenta un ulteriore passo avanti, grazie alla sua capacità di “riattivare” il sistema immunitario contro le cellule tumorali.
Verso la medicina di precisione
«Oggi non possiamo più non personalizzare i trattamenti» sottolinea Buda. «Ogni paziente deve essere studiata in base al proprio profilo genetico e molecolare per individuare le terapie più efficaci».

La personalizzazione terapeutica si fonda su test genetici e biomolecolari che identificano le alterazioni chiave del tumore, consentendo di scegliere trattamenti chirurgici e farmacologici con il miglior rapporto beneficio/rischio.
Questo approccio, spiega Buda, «ottimizza i benefici dei trattamenti standard, riduce la tossicità e migliora la qualità di vita».
Le pazienti affette da carcinoma ovarico avanzato, un tempo condannate a prognosi sfavorevoli, oggi possono vivere più a lungo e meglio. Grazie alla combinazione di chirurgia ad alta complessità, farmaci innovativi e un approccio multidisciplinare, la malattia si avvicina sempre più a una gestione cronica, con prospettive di sopravvivenza impensabili fino a pochi anni fa.