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Tumori ginecologici: nemici silenziosi
Ci sono malattie che non fanno rumore, eppure cambiano la vita di migliaia di donne ogni anno. I tumori ginecologici spesso si sviluppano silenziosi, con sintomi iniziali vaghi o facilmente confondibili. «Quando parliamo di tumori ginecologici, intendiamo cinque tumori perché ogni organo ginecologico può potenzialmente ammalarsi, ma i più diffusi sono sicuramente quello della cervice, dell’utero e dell’ovaio», spiega la professoressa Domenica Lorusso, responsabile del programma di ginecologia oncologica all’Humanitas di Milano.
I tumori dell’utero non sono tutti uguali: negli ultimi anni, la ricerca sul DNA tumorale ha permesso di identificare le differenze presenti tra i vari sottotipi distinti, ciascuno con caratteristiche molecolari specifiche che influenzano la risposta ai trattamenti. Queste scoperte aprono la strada a terapie sempre più mirate e personalizzate.
«Per esempio, i tumori che hanno una mutazione di un complesso di geni, che si chiamano geni della mismatch repair, rispondono benissimo all’immunoterapia da sola o in combinazione alla chemioterapia. Invece, i tumori che hanno la mutazione di un altro gene, ossia P53 mutata, sono probabilmente i tumori che rispondono meglio a un’altra classe di farmaci, i PARP-inibitori, che combiniamo alla chemio e all’immunoterapia specificatamente per queste pazienti», afferma Lorusso.
Prevenzione e immunoterapia cambiano le prospettive
Il tumore della cervice uterina è tra i tumori più aggressivi, colpisce fasce di età più giovani del tumore all’utero.

«È un tumore di cui sappiamo molte cose e sappiamo, per esempio, che nel 90% dei casi è legato all’infezione del papillomavirus – commenta la professoressa -. Conoscere il nemico è sempre un modo per combatterlo meglio e quindi di prevenirlo. Oggi, infatti, per questa malattia abbiamo una prevenzione primaria rappresentata dai vaccini contro il papillomavirus e una secondaria rappresentata, invece, dallo screening con il PAP test e l’HPV test.»
Si tratta di un’informazione preziosa anche dal punto di vista delle terapie. L’introduzione dell’immunoterapia in combinazione con la radioterapia, soprattutto negli stadi localmente avanzati e ad alto rischio, ha cambiato le prospettive di cura in modo sorprendente. «Questo ci consente di aumentare la sopravvivenza del 50% circa, un risultato che, nella cervice uterina, non vedevamo da oltre 25 anni», dichiara Lorusso.
Tumori ginecologici tra cure personalizzate e nuove speranze
Negli ultimi due anni i trattamenti per i tumori uterini hanno subito una vera rivoluzione, grazie all’introduzione dell’immunoterapia. Inizialmente era utilizzata da sola per le pazienti con instabilità dei microsatelliti e avevano fallito a precedenti cicli di chemioterapia. Oggi questa terapia è impiegata anche in combinazione con la chemioterapia per le pazienti con tumore avanzato o una malattia recidivata. «I risultati sono clamorosi – spiega Lorusso – in termini di allungamento del tempo alla recidiva e, in alcuni casi, di aumento proprio della sopravvivenza, facendoci quasi immaginare che, pur essendo queste pazienti con una malattia molto avanzata e anche, recidiva, queste combinazioni sono in grado di guarire una quota importante di loro».
Parallelamente, una seconda classe di farmaci, i PARP-inibitori, ha trovato applicazione nei tumori dell’endometrio. «Interagiscono con i meccanismi di riparo del codice genetico, li conoscevamo molto bene, li usiamo nei tumori ovarici da molto tempo. Abbiamo scoperto che funzionano anche nei tumori dell’utero. Non siamo ancora in grado oggi di identificare con precisione chi sono le pazienti che ne hanno il miglior beneficio. In qualche misura, avendo identificato fattori che predispongono alla risposta ai PARP-inibitori nell’ovaio, li stiamo in qualche misura traslando nell’endometrio».
Un’ulteriore frontiera è rappresentata dagli anticorpi farmaco-coniugati, una modalità innovativa di somministrazione della chemioterapia. «Si prende la chemioterapia, la si lega a un anticorpo che riconosce un recettore presente sulla cellula tumorale e si legano. Il farmaco chemioterapico viene portato all’interno della cellula tumorale, internalizzato e liberato lì dove serve. Avremo i risultati del primo studio che sta usando un anticorpo farmaco-coniugato rispetto alla chemioterapia, penso, per la metà dell’anno prossimo e questo potrebbe essere il primo farmaco che viene approvato nei tumori dell’utero», dichiara Lorusso.
Tumore all’ovaio: il killer silenzioso
Il tumore dell’ovaio è spesso definito il “killer silenzioso” tra i tumori ginecologici. Non perché non dia sintomi, ma perché questi sono subdoli e facilmente confondibili con disturbi comuni, come coliti e diverticoliti.

«Oggi il tumore dell’ovaio è quanto mai al centro della ricerca e dev’essere gestito in centri specializzati dove il chirurgo sia talmente esperto da capire il percorso della paziente che viene definito già alla diagnosi. Un percorso che può prevedere una chirurgia subito o dopo una chemioterapia. Nei centri di riferimento c’è anche il patologo molecolare, che ci aiuta a capire quale dei 345 tumori ovarici sto curando, perché oggi, mai come nel tumore ovarico, ho la necessità di personalizzare la cura».
Filiera di esperti al servizio delle pazienti
Il trattamento dei tumori ginecologici richiede un approccio multidisciplinare: non basta l’intervento di un singolo specialista. «Il chirurgo che ha un ruolo importantissimo dedicato, l’esperto di terapia medica, che sia un ginecologo, un oncologo medico, ma comunque esperto di quella patologia. Senza dimenticare tutta una serie di figure che non sono accessorie, bensì necessarie: il patologo dedicato che ci dice che tumore stiamo curando, il molecolare che ci dice quale dei tumori stiamo curando, ma anche lo psiconcologo, l’infermiere di ricerca, il radiologo dedicato».
I centri specializzati offrono anche l’accesso ai trial clinici. A partire dai quali, assieme ai farmaci sperimentali, arrivano le nuove opportunità di cura.
Oggi la ricerca procede a un ritmo mai visto prima. Lorusso afferma: «la letteratura è molto chiara su questo. Le pazienti che vengono curate nei centri dove si fa ricerca, nei centri di riferimento, vivono di più. Oggi questa è una realtà», commenta Lorusso.