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Chirurgia plastica rigenerativa: i nostri tessuti diventano cura
Utilizzare ciò che il nostro organismo possiede già per riparare, ricostruire e migliorare i tessuti danneggiati. È uno dei principi alla base della chirurgia plastica rigenerativa, un ambito che negli ultimi anni ha ampliato le possibilità della chirurgia ricostruttiva ed estetica attraverso l’impiego del tessuto adiposo, del plasma ricco di piastrine e dei biomateriali. Un approccio che guarda alla capacità biologica dei tessuti e che, in alcuni casi, permette di ricorrere a procedure meno invasive rispetto alla chirurgia tradizionale. A spiegarne potenzialità, applicazioni e limiti è il professor Pietro Gentile, professore associato di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Gentile figura inoltre tra i World’s Top 2% Scientists ed è stato inserito dall’Università di Roma Tor Vergata tra i ricercatori dell’area Medicina presenti nella classifica internazionale. Nel 2026 risulta inoltre ai vertici dell’AD Scientific Index per la ricerca nell’ambito della chirurgia plastica rigenerativa.
Chirurgia plastica rigenerativa: un nuovo modo di riparare i tessuti
Il cambiamento introdotto dalla chirurgia plastica rigenerativa parte dalla possibilità di utilizzare cellule e tessuti dello stesso paziente all’interno del percorso chirurgico. «La chirurgia plastica rigenerativa ha essenzialmente introdotto la possibilità di poter utilizzare le proprie cellule e i propri tessuti per riparare e rigenerare delle perdite di sostanza o comunque per aiutare le persone a sottoporsi a degli interventi chirurgici non invasivi o per lo meno minimamente invasivi e molto meno invasivi rispetto agli interventi di chirurgia plastica estetica o ricostruttiva tradizionale», spiega il professor Gentile.

Tra gli strumenti a disposizione, tre assumono un ruolo centrale: il tessuto adiposo, il plasma ricco di piastrine (PRP) ottenuto dal sangue del paziente e i biomateriali utilizzati, per esempio, nel trattamento delle perdite di sostanza e delle ulcere.
«Queste tre armi, il tessuto adiposo, il plasma ricco di piastrine e i biomateriali, mi riferisco soprattutto ai sostituti dermici, rappresentano i tre alfieri della chirurgia plastica rigenerativa», afferma il Professore, sottolineando come a questi si affianchino ulteriori strumenti destinati a migliorare il risultato degli interventi sia ricostruttivi sia estetici.
Il tessuto adiposo: da inestetismo a risorsa rigenerativa
Proprio il grasso rappresenta uno degli esempi più significativi dell’evoluzione di questo settore. Se in passato veniva considerato soprattutto un tessuto inerte o un eccesso da eliminare, la ricerca ne ha progressivamente messo in luce caratteristiche molto più complesse.
«Il tessuto adiposo tanti anni fa veniva considerato come un tessuto inerte, quindi come un inestetismo», racconta Gentile. «In realtà, quello che negli ultimi 25-26 anni si è visto, partendo dal 2000-2001, è che all’interno del tessuto adiposo sono state identificate cellule staminali adulte che prendono il nome di adipose derived stem cells».
Queste cellule rappresentano, secondo il professore, «una delle più importanti sorgenti del nostro organismo per andare a riparare i tessuti». Il valore del tessuto adiposo, però, non dipende esclusivamente dalla componente cellulare, ma anche dalla matrice che lo costituisce.
Lipofilling: dagli interventi al seno alla correzione delle cicatrici
Una delle applicazioni più conosciute del tessuto adiposo è il lipofilling, cioè l’innesto del grasso prelevato dal paziente stesso.
In ambito mammario può trovare spazio sia nella chirurgia ricostruttiva sia in quella estetica. Una paziente sottoposta all’asportazione di un carcinoma mammario, per esempio, può essere candidata, sulla base del proprio percorso clinico e delle caratteristiche individuali, a una ricostruzione attraverso il proprio tessuto adiposo. «Questa donna potrà scegliere ad esempio la possibilità di sottoporsi al lipofilling mammario, per ricostruire la mammella», spiega Gentile, precisando però che possono essere necessari più interventi e che la paziente deve disporre di quantità adeguate di tessuto adiposo. Il lipofilling può essere impiegato anche per aumentare il volume mammario in presenza, per esempio, di asimmetrie, mammella tuberosa o ipoplasia. In questi casi le possibilità comprendono l’utilizzo di una protesi, del proprio grasso oppure una tecnica ibrida che combina entrambi.
La scelta deve tenere conto delle caratteristiche e dei limiti delle diverse procedure. Nel lipofilling, uno degli aspetti principali riguarda il riassorbimento del tessuto trasferito. «Generalmente, il grasso ha un riassorbimento del 40-60% nei primi sei mesi. Superati i primi sei mesi, tutto il grasso attecchito, e dunque rimasto, verrà considerato stabile e permanente», riferisce il professor Gentile, spiegando che il fenomeno può essere influenzato dalla tecnica di innesto e purificazione, dall’esperienza del chirurgo, dalla quantità utilizzata e dalle indicazioni seguite nel periodo post-operatorio.
Le applicazioni, inoltre, non si fermano al seno. «Il lipofilling a livello mammario è solo una delle potenzialità terapeutiche», osserva Gentile, citando anche il ringiovanimento del volto, il trattamento delle cicatrici e l’aumento del volume dei glutei.
PRP e biomateriali nella chirurgia plastica rigenerativa
Un altro campo di applicazione riguarda il plasma ricco di piastrine, o PRP, un emocomponente per uso non trasfusionale ottenuto dal sangue. «Il plasma ricco di piastrine può essere utilizzato, previa autorizzazione del servizio trasfusionale di riferimento, in casi selezionati e ritenuti idonei per il trattamento dell’alopecia androgenetica e anche dell’alopecia areata», spiega Gentile.
Si tratta, tuttavia, di procedure che richiedono una valutazione preventiva dell’idoneità del paziente e devono essere eseguite nel rispetto delle normative previste.
La chirurgia plastica rigenerativa comprende inoltre l’impiego di cellule follicolari e microinnesti contenenti cellule follicolari per il trattamento del diradamento dei capelli, oltre all’utilizzo di biomateriali e sostituti dermici per le perdite di sostanza e le ulcere degli arti inferiori.
«La chirurgia plastica rigenerativa ha introdotto negli ultimi 15 anni, in maniera più concreta, delle valide strategie chirurgiche minimamente invasive che possono nettamente rappresentare un’alternativa valida a quelle che erano le metodiche convenzionali tradizionali utilizzate sia in ambito ricostruttivo che in ambito estetico», evidenzia il professore.
I limiti della chirurgia plastica rigenerativa
Le potenzialità della ricerca devono però confrontarsi con limiti che non sono esclusivamente scientifici. Secondo il Professor Gentile, uno dei principali ostacoli riguarda il quadro normativo e la disponibilità delle strutture necessarie per sviluppare determinate procedure. «I limiti sono innanzitutto di natura legislativa», afferma. In Italia, come nel resto d’Europa, esistono regole precise sull’utilizzo e sulla manipolazione delle cellule.
Un esempio riguarda le cellule staminali derivate dal tessuto adiposo. «Non è possibile eseguire un’espansione delle cellule staminali adipose al di fuori di un laboratorio GMP», spiega Gentile. L’acronimo indica le Good Manufacturing Practices, gli standard necessari per strutture che operano in questo ambito.
Il problema, prosegue il professore, è rappresentato anche dal numero limitato di strutture dedicate. «Le limitazioni sono principalmente di questo tipo, quindi di ordine legislativo, perché ci sono chiaramente dei limiti e questi limiti non possono essere superati se non attraverso la presenza di strutture dedicate come questi laboratori GMP», sottolinea.
Il futuro: poter donare il proprio tessuto adiposo?
È proprio sul confine tra ciò che oggi è possibile e ciò che potrebbe diventarlo domani che si concentra una parte della ricerca. Tra gli sviluppi indicati dal professor Gentile c’è la possibilità di arrivare al trapianto allogenico di tessuto adiposo, cioè utilizzare il grasso proveniente da un’altra persona. «Il fatto di poter eseguire per la prima volta un trapianto allogenico è sicuramente una scommessa, il fatto di poter donare il proprio grasso a un’altra persona e di poter impiegare il grasso di un’altra persona», racconta.
Una prospettiva che potrebbe trovare applicazione, per esempio, nei pazienti con esiti di ustioni molto estese, nei quali il tessuto adiposo potrebbe contribuire al trattamento delle cicatrici. «Il grasso potrebbe rappresentare una risorsa molto utile per andare a mitigare l’esito cicatriziale, per andare ad ammorbidire le cicatrici, migliorarne la qualità estetica», spiega Gentile.
Oggi in Italia è possibile conservare e stoccare il tessuto adiposo affinché possa eventualmente essere riutilizzato dalla stessa persona, mentre non è prevista la possibilità di donarlo a terzi. Ed è proprio qui che potrebbe trovarsi uno dei prossimi passi della chirurgia plastica rigenerativa: trasformare un tessuto che per decenni è stato considerato semplicemente qualcosa da eliminare in una risorsa biologica potenzialmente utilizzabile anche per un altro paziente. Per arrivarci serviranno ricerca, strutture dedicate e un quadro normativo capace di accompagnare l’innovazione senza rinunciare alla sicurezza