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“Vivi No Limits”: la rinascita di Viviana Lucarini dopo la sepsi e le amputazioni

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Una vita può cambiare in un attimo. E a volte lo fa senza preavviso, con una brutalità che non lascia scampo: una corsa in clinica, un’infezione sottovalutata, lo shock settico, il coma.

Poi il risveglio e una realtà che sembra impossibile anche solo da nominare. È da lì che riparte la storia di Viviana Lucarini, conosciuta sui social come Vivi No Limits, oggi speaker e mentor, impegnata anche in progetti legati alla protesica e al riuso solidale.

La sepsi e il risveglio

Viviana Lucarini, conosciuta sui social come Vivi No Limits, oggi speaker e mentor, impegnata anche in progetti legati alla protesica e al riuso solidale

Il punto di svolta arriva nel 2021, durante un periodo segnato anche dalle complicazioni del Covid19. «La mia storia è cambiata radicalmente nel 2021, quando a 54 anni ho avuto una sepsi partita da un’infezione di un calcolo renale, ho avuto uno shock settico». Viviana si trovava momentaneamente alle Isole Canarie, appena arrivata dalle Baleari, dove ha vissuto per decenni. Racconta di un primo accesso in clinica e di una sottovalutazione iniziale che ha accelerato il precipitare degli eventi.

«Al mio risveglio dal coma indotto mi sono ritrovata con tutti e quattro gli arti in cancrena e irrimediabilmente compromessi». A rendere tutto ancora più difficile, anche l’impossibilità di parlare: «Oltre agli arti in quelle condizioni, una tracheotomia mi impediva di parlare», continua.

Da quel momento la scelta netta per ricostruire la propria autonomia. «Ho deciso di essere trasferita in Italia: era necessario fare delle amputazioni». Prosegue:«Mi hanno accettato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Non smetterò mai di ringraziare la direzione e tutto lo staff perché sono stati eccezionali». Dopo mesi di ospedali e riabilitazione, Viviana Lucarini ha trovato nel ROGA di Enna non solo un centro protesico, ma un punto di svolta concreto nel suo percorso verso una nuova autonomia.

Lo shock trasformato in piano operativo

Viviana descrive un periodo lungo in cui lo shock è rimasto come “sottofondo”, mentre la testa lavorava per step. «Mi sono guardata ed è stato un momento sconvolgente. Però la mia mente è andata subito a: okay, cosa devo fare?». Poi il percorso, scandito come una checklist di sopravvivenza: «il primo passo è stato trasferirmi in Italia, poi ci sono state le amputazioni, poi la riabilitazione e infine le protesi».

La consapevolezza piena arriva dopo mesi. «La consapevolezza di quanto la mia vita fosse cambiata è arrivata al mio rientro a casa». Ed emerge anche l’aspetto più difficile, ancora oggi: la perdita dell’indipendenza totale. «La parte più dura di tutta questa situazione è che la perdita non è stata solo degli arti, ma anche della capacità di avere una vita indipendente». E aggiunge un dettaglio quotidiano, concreto: «Già solo per mettere le protesi per la palestra ho bisogno di aiuto».

Il supporto psicologico: offerto, rifiutato, poi accolto

Sul fronte psicologico, Viviana racconta un passaggio comune a molte esperienze traumatiche: l’aiuto arriva, ma non sempre è accettabile subito. «Mi è stato offerto un aiuto psicologico che io non ho accettato fino a molto tempo dopo». In quel momento, spiega, non lo percepiva utile. «Durante tutte le mie degenze mi è stato proposto, ma in quel momento non reputavo potesse fare molto per me».

Poi, col rientro alla vita “di prima”, la consapevolezza che quella vita non esisteva più. «Sono tornata alla mia vita precedente e ho capito che non esisteva più in nessun modo». È lì che il arriva il supporto: «Ho avuto l’aiuto di una persona che mi ha guidato in alcuni momenti più duri, ma molto tempo dopo». E chiarisce: «Credo che questa sia una scelta molto personale».

“Vivi No Limits: limiti reali, ma niente limiti mentali”

Il nome scelto per i social è un manifesto, ma non “negazionista” della realtà. «Ho scelto di chiamarmi Vivi No Limits non perché sia senza limiti oggettivi nella quotidianità». Il punto, spiega, è un altro: «È più un non avere limiti mentali quando improvvisamente ci si trova con un corpo con un importante disabilità motoria».

Mentor dalla realtà oggettiva dei fatti

Nel lavoro con le persone, Viviana sceglie un approccio pragmatico. «Uso la parola mentor invece che coach, perché coach a volte ha un approccio più motivazionale». Il suo metodo parte dall’accettazione della realtà: «Aiuto a navigare i cambiamenti, partendo dalla realtà oggettiva dei fatti». E individua un passaggio chiave: «La parte più difficile è accettare che la realtà sia cambiata».

Il focus, allora, diventa energia e direzione: «Ridimensionare le priorità per poter affrontare la realtà oggettiva che si ha davanti». E il cambio di prospettiva è quasi una firma: «Non bisogna guardare a quello che si è perso, ma cercare di vedere quello che ancora si può diventare».

Il progetto Stand: quando il riuso delle protesi diventa solidarietà globale

Dal vissuto personale nasce anche un progetto concreto: recuperare e riutilizzare componenti protesiche dove servono davvero. Viviana racconta come tutto iniziò da un gesto naturale: voleva regalare protesi usate pochissimo a una ragazza che aveva accesso solo a modelli basici. Poi la scoperta del blocco normativo. «Ho scoperto che le protesi non possono essere riutilizzate all’interno della Comunità europea».

Da lì la domanda strategica: se qui non si possono riciclare, altrove sì. «Mi sono chiesta se questo esubero potesse essere riutilizzato e ho scoperto di sì». Perché l’impatto, per chi ha subito un’amputazione, è totale: «Le protesi nel caso di un’amputazione sono tutto. Senza protesi non c’è vita».

Oggi il progetto si traduce in raccolta, smontaggio e invio dei componenti riutilizzabili. «Queste protesi vengono raccolte, smontate e tutti i pezzi che possono essere riciclati vengono inviati in questo momento a sette paesi in Africa subsahariana».

E c’è anche la dimensione emotiva, fortissima, del dono. «Vedo con quanta gioia le persone le donano». Perché chi vive con una protesi sa esattamente cosa significa. «Il fatto di poter dare la possibilità di camminare a qualcun altro le fa sentire utili».

“La vita vale sempre la pena”

Viviana sta lavorando anche a un libro personale di trasformazione. La motivazione è netta: «Quello che vorrei trasmettere soprattutto è che la vita vale sempre la pena di essere vissuta». Senza retorica, precisa: «Non è semplicemente una forma di positivismo». Piuttosto, è un modo di guardare avanti: «Riuscire a vedere non quello che non è più, ma quello che si può fare».

E la scelta identitaria è chiara: «Ho scelto coscientemente di non lasciarmi definire da quello che avevo perso». Il futuro è pieno di cantieri: collaborazione con una startup sulle mani bioniche, progetti di ausili quotidiani per pazienti bilaterali, eventi come speaker, lavoro nel team TEDx Roma. Il filo conduttore, però, resta uno: «Continuare a cercare di esplorare tutto quello che è possibile, sia come crescita personale che come crescita nel mondo esterno».

La quotidianità oggi: disciplina, allenamento e “seconda vita”

La “seconda vita” di Viviana è fatta di nuove abitudini e disciplina. «Ora mi alleno tutti i giorni». E non in modo simbolico: «Faccio un sacco di cose diverse, tra cui pesi, yoga, nuoto, qualche volta faccio delle classi di jiu-jitsu, faccio pilates». Una routine che definisce essenziale per vivere bene con le protesi. «È fondamentale per poter usare le protesi in maniera piena».

La giornata poi si incastra tra progetti e socialità, con una consapevolezza lucida: «Nonostante ci siano dei limiti oggettivi e la mia vita è radicalmente cambiata, mi sto facendo spazio a vivere pienamente questa nuova fase della mia vita, questa seconda vita».

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