Connect with us

Medici Chirurghi

Linfomi: dalla diagnosi alle nuove terapie ogni paziente ha un percorso diverso

Published

on

Linfomi_Cuneo

Ricevere una diagnosi di linfoma può generare paura e incertezza, ma dietro questa parola si nascondono malattie molto diverse tra loro, alcune a crescita lenta, altre più rapide, con percorsi terapeutici e prospettive differenti. E mentre la ricerca apre nuove possibilità grazie alla genetica e all’immunoterapia, emerge un concetto che può sembrare sorprendente: in alcuni casi, anche attendere prima di iniziare un trattamento può essere la scelta migliore.

A spiegare come stanno cambiando la diagnosi e la cura di queste patologie è il professor Antonio Cuneo, direttore dell’Unità Operativa di Ematologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, che approfondisce le differenze tra i linfomi, i segnali da non sottovalutare e le nuove frontiere terapeutiche, dalle CAR-T agli anticorpi bispecifici.

I linfomi non sono tutti uguali

Quando si parla di linfoma, spesso si tende a immaginare un’unica malattia. In realtà, il termine identifica un gruppo molto ampio di tumori che originano dalle cellule del sistema immunitario, in particolare dai linfociti.

«Una prima grande distinzione è quella tra linfoma di Hodgkin e linfomi non-Hodgkin. Il linfoma di Hodgkin è una malattia con caratteristiche biologiche ben definite, che interessa frequentemente persone giovani e che oggi, in una netta maggioranza dei casi, presenta elevate possibilità di guarigione», spiega il professor Cuneo.

Professor Antonio Cuneo, direttore dell’Unità Operativa di Ematologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara

I linfomi non-Hodgkin comprendono invece numerose patologie, differenti per comportamento biologico, velocità di crescita e risposta alle terapie.

Alcune forme vengono definite indolenti: hanno un andamento lento, possono essere controllate per molti anni e, in determinate circostanze, non richiedono un trattamento immediato. Altre vengono classificate come aggressive, perché crescono più rapidamente e necessitano di un intervento terapeutico tempestivo.

Ma è proprio sul significato della parola aggressivo che Cuneo invita a fare una distinzione importante.

«È importante sottolineare che aggressivo non significa “grave” e tantomeno “poco curabile”».

Il termine descrive infatti la velocità di crescita della malattia, non necessariamente le sue possibilità di guarigione. Anzi, precisa il professore: «La netta maggioranza dei linfomi a crescita rapida sono particolarmente sensibili ai trattamenti e possono essere guariti definitivamente».

Per questo la prognosi non dipende soltanto dalla tipologia di linfoma, ma anche dalla sua estensione, dalle caratteristiche biologiche, dall’età e dalle condizioni generali della persona.

Due pazienti con una diagnosi apparentemente simile possono avere percorsi di cura e prospettive molto differenti.

Linfonodi ingrossati: quando è necessario rivolgersi al medico?

Uno dei segnali che più frequentemente suscita preoccupazione è la comparsa di un linfonodo ingrossato. Ma quanto deve allarmare?

«Avere un linfonodo ingrossato, nella grande maggioranza dei casi, non significa avere un linfoma. I linfonodi fanno parte del nostro sistema immunitario e possono aumentare di volume per moltissimi motivi, soprattutto in risposta a infezioni o infiammazioni».

Il professor Cuneo invita ad evitare allarmismi, senza però sottovalutare alterazioni che persistono nel tempo.

È opportuno rivolgersi al medico quando un linfonodo rimane ingrossato per diverse settimane senza una causa evidente, se continua ad aumentare di dimensioni oppure se presenta caratteristiche insolite, come una consistenza particolarmente dura o una scarsa mobilità. Anche la comparsa di linfonodi, in sedi meno comuni, per esempio sopra la clavicola, merita attenzione.

Esistono inoltre alcuni sintomi generali che possono richiedere un approfondimento: febbre persistente, senza una causa chiara, sudorazioni notturne molto abbondanti, perdita di peso significativa e involontaria, prurito persistente o una stanchezza importante e non spiegata.

«Nessuno di questi sintomi, preso singolarmente, indica necessariamente la presenza di un linfoma».

Il messaggio è quindi quello di trovare un equilibrio tra attenzione e serenità: non interpretare automaticamente ogni sintomo come un segnale oncologico, ma neppure ignorare cambiamenti che persistono o peggiorano.

Genetica e linfomi: verso terapie sempre più personalizzate

Negli ultimi anni, lo studio delle caratteristiche genetiche e molecolari dei tumori ha contribuito a modificare profondamente il modo di comprendere e trattare molte malattie ematologiche.

«Oggi non ci limitiamo più a osservare al microscopio le cellule di un linfoma. Possiamo studiarne anche le caratteristiche genetiche e molecolari, cercando le alterazioni che hanno contribuito alla trasformazione tumorale e che ne determinano il comportamento», spiega Cuneo.

Queste analisi permettono di definire con maggiore precisione il tipo di linfoma e, in alcuni casi, di individuare caratteristiche associate a un comportamento più o meno aggressivo.

Ma c’è un aspetto che il professore ritiene importante chiarire, soprattutto per evitare preoccupazioni nei pazienti e nelle loro famiglie.

«Trovare un’alterazione genetica nelle cellule del linfoma non significa necessariamente avere una malattia ereditaria o poterla trasmettere ai propri figli».

Nella maggior parte dei casi, infatti, si tratta di alterazioni acquisite dalle cellule tumorali nel corso della vita, presenti nel tumore e non in tutte le cellule dell’organismo. Solo in situazioni particolari può esserci una predisposizione ereditaria, da valutare con accertamenti specifici.

La conoscenza delle caratteristiche molecolari della malattia apre però soprattutto nuove possibilità terapeutiche.

«L’aspetto forse più interessante è che alcune alterazioni possono rappresentare dei veri e propri bersagli terapeutici. Se identifichiamo una particolare caratteristica della cellula tumorale, possiamo in alcuni casi utilizzare farmaci progettati per colpire proprio quel meccanismo».

Non tutte le alterazioni genetiche modificano automaticamente la scelta della terapia, ma la direzione della ricerca è chiara: costruire trattamenti sempre più personalizzati sulla biologia del singolo linfoma.

Sorveglianza attiva: quando non iniziare subito una terapia è la scelta migliore

Ricevere una diagnosi oncologica e sentirsi dire che non è necessario iniziare immediatamente una terapia può sembrare una contraddizione.

Eppure, per alcuni linfomi a crescita lenta, questa rappresenta una strategia consolidata.

«Può sembrare contro intuitivo ricevere una diagnosi di tumore e sentirsi dire che, almeno inizialmente, non è necessario iniziare una terapia. Eppure, per alcune forme di linfoma a crescita lenta, questa è una strategia ben consolidata, che definiamo “sorveglianza attiva” o “watch and wait”».

La sorveglianza attiva viene utilizzata quando la malattia non provoca sintomi, non compromette il funzionamento degli organi e presenta caratteristiche compatibili con un andamento lento.

In queste circostanze, iniziare subito un trattamento non offre necessariamente un vantaggio rispetto a intervenire quando compaiono precise indicazioni cliniche.

Cuneo evidenzia anche un elemento particolarmente significativo: alcuni pazienti con linfomi indolenti possono rimanere senza necessità di trattamento per molti anni e, in alcuni casi, non averne mai bisogno durante la loro vita.

Anticipare la terapia significherebbe quindi esporli ai possibili effetti collaterali senza ottenere un beneficio concreto.

«“Attendere”, naturalmente, non significa non fare nulla. Il paziente viene seguito regolarmente attraverso visite ed esami e la terapia viene iniziata se e quando compaiono precise indicazioni cliniche».

È un approccio che richiede controlli regolari e un rapporto di fiducia con l’équipe curante, ma che permette di evitare trattamenti non necessari.

Come sintetizza il professore, «in oncologia non sempre curare prima significa curare meglio».

CAR-T e anticorpi bispecifici: le nuove frontiere della cura dei linfomi

Tra le innovazioni che stanno trasformando il trattamento di diversi linfomi, un ruolo sempre più importante è occupato dalle terapie che sfruttano il sistema immunitario per riconoscere e attaccare le cellule tumorali.

«CAR-T e anticorpi bispecifici rappresentano uno dei cambiamenti più importanti degli ultimi anni nella terapia di molti linfomi a B-cellule», afferma Cuneo.

Queste strategie vengono impiegate in diverse forme di linfoma, tra cui il linfoma diffuso a grandi cellule B, i linfomi primitivi del mediastino, i linfomi ad alto grado, il linfoma follicolare e il linfoma mantellare.

Pur condividendo l’obiettivo di attivare una risposta immunitaria contro il tumore, CAR-T e anticorpi bispecifici funzionano in modo differente.

Le CAR-T utilizzano cellule immunitarie del paziente modificate in laboratorio.

«Con la terapia CAR-T preleviamo dal paziente alcuni linfociti T, cioè cellule del sistema immunitario, e li modifichiamo in laboratorio in modo che siano in grado di riconoscere con grande precisione le cellule del linfoma».

Una volta modificate, queste cellule vengono reinfuse nel paziente, dove possono riconoscere e attaccare le cellule tumorali.

«Possiamo immaginarle come cellule immunitarie che vengono addestrate a riconoscere e distruggere le cellule del linfoma», spiega il professore.

Gli anticorpi bispecifici, invece, agiscono creando un collegamento tra le cellule tumorali e i linfociti T.

«Sono farmaci capaci di legarsi contemporaneamente alla cellula linfomatosa e a un linfocita T, mettendoli fisicamente in contatto e favorendo così l’attacco del sistema immunitario contro il tumore».

Il valore di queste terapie emerge soprattutto nei pazienti che non hanno ottenuto una risposta sufficiente dai trattamenti precedenti.

In alcuni casi, inoltre, le due strategie possono essere utilizzate in sequenza, scegliendo il percorso più appropriato in base alle caratteristiche della malattia e alla situazione clinica.

Non si tratta, tuttavia, di terapie prive di rischi: richiedono un’attenta selezione dei pazienti e devono essere somministrate in centri con esperienza specifica.

«Il dato più importante, però, è che oggi possiamo offrire nuove possibilità anche in situazioni che fino a pochi anni fa disponevano di alternative terapeutiche molto limitate».

Il valore della ricerca e l’accesso alle nuove cure

L’evoluzione delle terapie per i linfomi non riguarda soltanto l’efficacia dei trattamenti, ma anche la possibilità di renderli accessibili ai pazienti che ne hanno bisogno.

linfomi

Le nuove immunoterapie rappresentano un progresso significativo, ma comportano anche costi elevati e richiedono strutture altamente specializzate. Su questo punto il professor Cuneo richiama il ruolo fondamentale del sistema sanitario pubblico.

«Solo un sistema sanitario nazionale può garantire queste terapie, molto costose, a tutti i cittadini indipendentemente dal loro reddito». Una riflessione che allarga il tema della ricerca scientifica a quello dell’equità nell’accesso alle cure.

Dalla diagnosi sempre più precisa alla possibilità di personalizzare i trattamenti, dalla sorveglianza attiva alle nuove immunoterapie, la cura dei linfomi sta attraversando una trasformazione importante.

Il messaggio che emerge dalle parole del professor Antonio Cuneo è che non esiste un unico linfoma e, di conseguenza, non può esistere un unico percorso valido per tutti. Comprendere le caratteristiche della malattia, scegliere il momento appropriato per intervenire e utilizzare le nuove opportunità terapeutiche significa costruire una medicina sempre più mirata, nella quale ogni decisione viene adattata alla persona e alla sua specifica condizione.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Copyright © 2022 Revée News. Periodico di informazione sul mondo Chirurgia e del Benessere | Registrazione Tribunale di Torino n. 21 il 17/10/2023 |
Direttore responsabile Debora Pasero | Edito da REVEE SRL - corso Quintino Sella, 131 - Torino C.F. 10818580010
Design by Scoprinetwork srl