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Personale sanitario

La chirurgia come cura integrale: la testimonianza di Matilde Tettamanzi

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C’è chi sceglie la chirurgia per la precisione del gesto tecnico, e chi – come Matilde Tettamanzi – per la possibilità di restituire speranza. Dall’Università di Sassari alle corsie del Niguarda di Milano, la giovane chirurga, oggi al quarto anno di specializzazione in chirurgia plastica, si muove tra sale operatorie, équipe multidisciplinari ed esperienze internazionali che hanno segnato profondamente il suo modo di intendere la cura.

L’impatto con il Niguarda

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Dottoressa Matilde Tettamanzi Specializzanda S.C. Centro Ustioni e Chirurgia Plastica Ricostruttiva – ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda – Milano

Entrata da pochi mesi nell’Unità complessa di chirurgia plastica e nel Centro grandi ustionati del Niguarda, Tettamanzi ha vissuto un inizio intenso. «Mi hanno colpito soprattutto i pazienti – spiega –: fragili dal punto di vista clinico e umano, ma allo stesso tempo capaci di una resilienza straordinaria». È stato un impatto forte, che l’ha spinta ad affrontare la formazione «con ancora più motivazione, come medico e come persona».

Al Niguarda ha potuto assumere progressivamente maggiori responsabilità, dalla gestione diretta dei pazienti al follow-up, fino al lavoro in sala operatoria.

«Ogni caso complesso – dai traumi alle ricostruzioni mammarie, fino agli ustionati – è stato una sfida e un’occasione di crescita», racconta. La fiducia ricevuta dal reparto le ha permesso di acquisire sicurezza e autonomia, consolidando la consapevolezza del proprio ruolo.

Oltre la sala operatoria: la cura come relazione e speranza

Il percorso della giovane chirurga è stato arricchito da periodi all’estero, tra Boston e Valencia. «All’estero ho trovato protocolli molto strutturati e una forte attenzione all’innovazione tecnologica», sottolinea. Un’esperienza che le ha permesso non solo di acquisire nuove tecniche, ma anche la consapevolezza «di quanto sia importante mantenere lo sguardo aperto e adattare ciò che si impara ai diversi contesti».

Non mancano gli episodi che hanno segnato il suo percorso umano. Dalle pazienti oncologiche e senologiche, con cui «si instaurano legami di fiducia che vanno oltre l’atto chirurgico», fino ai bambini provenienti da Gaza, ricoverati al Niguarda per ricostruzioni dopo lesioni da scoppio. «Ascoltare le loro storie e vedere la loro forza nonostante la sofferenza è stato un grande insegnamento di umanità».

L’importanza del lavoro di squadra

Tettamanzi non ha dubbi: «Nessuno potrebbe affrontare da solo la complessità dei nostri pazienti». Dalla collaborazione quotidiana con colleghi, infermieri, fisioterapisti e psicologi ha imparato quanto sia prezioso il contributo di ciascuno, non solo sul piano clinico ma anche umano. «La vera ricchezza del nostro lavoro è la dimensione corale», aggiunge.

chirurgia come cura integrale

Dopo anni di esperienza, in Italia e all’estero, per Tettamanzi la cura non coincide più solo con l’atto chirurgico. «È prendersi carico della persona nella sua totalità, con la sua storia, le sue fragilità e le sue risorse», spiega.

Accanto alla tecnica, la relazione con il paziente diventa parte integrante del processo. «Cura significa anche restituire dignità e speranza».

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