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Intervenire sui tumori alla pelle con la multidisciplinarietà

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«L’85% dei casi di tumori alla pelle è trattata e curabile già solo con la terapia chirurgica. C’è però un 15% che può essere a rischio. Oggi, quindi, è importante valutare bene quello che è l’approccio per il paziente», così sottolinea la professoressa Stefania Tenna, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica presso il Campus Bio-Medico di Roma e referente per il gruppo multidisciplinare sul trattamento dei tumori cutanei.

La strategia terapeutica da usare per i tumori cutanei, i più frequenti nella popolazione, si è notevolmente modificata negli ultimi anni. La multidisciplinarietà, ossia la strategia che accorpa specialisti di diversi settori per delineare la linea terapeutica migliore, è la chiave del trattamento oncologico. «Tutti i trattamenti di patologie neoplastiche beneficiano di un approccio da parte di più specialisti – afferma Tenna -. Nel nostro caso, quando esistono tumori che tendono a recidivare, particolarmente aggressivi, è molto utile lavorare con il genetista, l’anestesista. Ti possono, infatti, supportare sia in una scelta chirurgica sia in una scelta medica».

Fattori di rischio e linea di trattamento dei tumori alla pelle

Esistono diversi fattori di rischio associati ai tumori alla pelle. Primo fra tutti: l’esposizione ai raggi ultravioletti. Tuttavia, la predisposizione a sviluppare tumori cutanei è, inoltre, legata a una propensione genetica, a una carnagione chiara, lentigginosa, occhi chiari e chi ha molti nei. A incidere è anche l’uso di farmaci immunosoppressori assunti per altre patologie.

Professoressa Stefania Tenna, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica presso il Campus Bio-Medico di Roma e referente per il gruppo multidisciplinare sul trattamento dei tumori cutanei

«I tumori non sono tutti uguali. Nel caso di quelli della pelle, esistono due principali gruppi: quelli che partono dall’epidermide, i cheratinociti, che sono carcinomi e quelli che partono dai melanociti, ossia i melanomi – spiega la professoressa -. Questi ultimi sono più pericolosi ed è su questi che è fondamentale il controllo dei nei, della pelle, eseguito dai dermatologi».

Il trattamento è primariamente chirurgico, con una biopsia come primo step. L’ anatomopatologo analizzerà la lesione rimossa mediante un’incisione chirurgica per poi elencare tutte le caratteristiche del tumore. Spiegare, quindi, se è superficiale oppure se rischia di causare problemi più importanti.

Le zone più colpite sono quelle foto esposte, come il volto. Qui, la figura del chirurgo plastico ricostruttivo è fondamentale perché, come ricorda Tenna: «In presenza di un’ampia demolizione, il chirurgo plastico ricostruttivo consente di ripristinare sia la funzione sia la forma ed estetica di quel distretto anatomico». Oltre alle ampie scissioni, ci sono poi altre terapie come la laserterapia, l’elettrocardioterapia, la radioterapia. Tutto ciò diventa poi argomento di discussione a seguito del referto istologico.

Rete di professionisti sul territorio

Quando i pazienti si rivolgono ai gruppi multidisciplinari consolidati, ai centri accreditati, l’iter procede in modo lineare. Il problema si manifesta in termini di integrazione territoriale degli specialisti isolati sul territorio. Al Campus Bio-Medico di Roma è attivo da quasi un anno un percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA), elemento fondamentale di governo delle reti oncologiche, dedicato proprio ai tumori cutanei. Nell’ambito del PDTA, il gruppo di esperti di diverse discipline attua secondo le più moderne linee guida, le buone pratiche cliniche per rispondere con efficacia ed efficienza alla richiesta di salute dei cittadini.

«Quello che noi al Campus Bio-Medico stiamo cercando di fare, come gruppo multidisciplinare, ma come stanno facendo anche altri colleghi nelle regioni d’Italia, è di collegarci in una rete e cercare di unire il territorio – continua Tenna -. In questo modo, gli specialisti liberi professionisti possono rivolgersi nei nostri centri per cercare anche una seconda opinione o semplicemente indirizzare il paziente a un livello di trattamento successivo superiore». La multidisciplinarietà contribuisce quindi a migliorare l’efficacia ed efficienza delle cure ai pazienti. A questi ultimi viene restituita una strategia derivante dall’esperienza di più figure che, settimanalmente, si ritrovano per studiare ed elaborare il caso.

Lo scenario attuale è quello di sempre più pazienti con maggiore consapevolezza verso questo tipo di tumore, soprattutto nel caso dei melanomi. Sempre più campagne pubblicitarie insistono sulla prevenzione dell’esposizione ai raggi solari e al controllo dei nei. Tuttavia, non sembra essere così per i non melanocitari, paradossalmente la maggioranza assoluta dei tumori. «I pazienti tendono a essere sorpresi dalla necessità di aumentare l’approccio chirurgico, ingrandire la cicatrice, dover intervenire o aggiungere una terapia. Questo perché se ne parla meno e non c’è tanto la percezione che, anche un carcinoma cutaneo possa diventare aggressivo», conclude Tenna.

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